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Luca Capocchiano

29-11-2014 Farahj, Iran


All’improvviso il sole squarcia quel tappeto di nuvole spesse e dense, irrompendo prepotente a violentare quest’aria bassa, umida e carica di ossigeno che, mi accorgo solo ora, fa cantare il motore del TS come non mai. Tutto si trasforma all’improvviso, la luce invade l’altopiano, in un attimo nulla è più come prima. È giorno finalmente, è il quotidiano miracolo del sole e della Vita stessa, che anche oggi è tornata qui su questa terra, proprio in questo preciso momento in cui la sto attraversando. Sono le dieci di un giorno qualunque qui in Iran, mentre tutti nel mondo stanno facendo qualcosa: c’è chi fa l’amore, chi lavora, chi dorme, chi piange, chi sogna, chi cucina, chi prega. Qualcuno non ce la fa più, qualcun’altro si sente come avesse il mondo tra le mani. Per qualcuno è tempo leggero e adolescente, per altri di dolore in ospedale, per altri ancora è tempo d’attesa dentro una galera. Per tutti, o quasi, questo è solo un oggi identico ai loro ieri e domani.

Non è così per me.

Io sono in Viaggio, finalmente lo realizzo. È una nuova epifania, che mi scuote corpo e anima.

Il rombo del TS suona sano e forte mentre scivoliamo via insieme sulla strada liscia e lucida. Le gomme sembrano pattinare anziché rotolare, non v’è resistenza alcuna al nostro incedere. Poi il TS accelera d’intenzione propria, sembra voglia disubbidire all’inerzia e alla gravità. Le sue ruote sono sempre più leggere finché si staccano dalla strada, dalla mia amatissima strada, trascinandomi su in alto verso il cielo.

Supero in altezza i monti ai miei fianchi e vedo all’orizzonte la fine di questo altopiano, un immenso zoccolo piatto di roccia e sabbia che occupa quasi interamente questo Paese, vedo il verde delle palme di un clima diverso che mi aspettano, vedo le città dell’Iran così disperate e solitarie. Poi mi volto alle mie spalle.

Ora vedo tutto il cammino percorso fino a qui, come un esile filo giallo srotolato sulla faccia della Terra. Lo seguo con lo sguardo e ritrovo quel passo maledetto che mi ha quasi ucciso di freddo e, subito dietro, l’Anatolia, sdraiata come un immenso ponte tra Europa e Asia. Scorgo l’enorme macchia blu del Mediterraneo e cerco d’istinto il profilo di quello stivale tanto familiare. Ne seguo i confini frastagliati fino alla Liguria, a Genova, ai suoi labirintici carrugi, e torno per un attimo a casa mia, dove mi trovo sdraiato sul mio divano a fumare tranquillo, sognando quello che adesso è diventato il mio presente, vero e vivo, non più immaginato ma reale. E da quel divano vedo partire quel piccolo filo giallo del mio percorso, esile ed inerme, stretto tra le forze poderose della Natura e le distanze gigantesche tra i luoghi della Terra.

Quel filo giallo è il mio cammino, è l’essenza del viaggio, è la sensazione di spostamento, di inizio e di destinazione, di vita che sento pulsare come un fiume da sotto alla carotide fin dentro alla giugulare, fino a ficcarsi dentro alla coscienza di una cieca ostinazione a non mollare, a non fallire, ad avanzare sempre e comunque nonostante tutto.

È un normale sabato mattina qui nel sud dell’Iran come nel resto del mondo. Lo è per la maggior parte dei sette miliardi di persone che lo abitano, ma non lo è per me.

Questo momento è un frammento di Tempo che stacco a morsi dal contingente, che assalta all’arma bianca i bastioni dell’oblio ed irrompe nell’assoluto della mia memoria.

Iran?? Ma come diavolo ci sono finito in Iran? Come sono arrivato qui? E che razza di freddo… ma in Iran non c’erano solo deserti, palme e cammelli? Che sto facendo, dove sto andando?

Vivo un inceppamento istantaneo e simultaneo di ogni sinapsi, certamente dovuto a un sovraccarico di emozione, adrenalina, vita.

Ora ricordo, ora ricordo tutto. Il girodelmondoa80allora, ecco cosa sto facendo: mi sono messo in testa di girare attorno alla Terra, di attraversare i cinque continenti e di farlo su una vecchia Vespa del ‘76.

Ma come è cominciato tutto? Forse è meglio aprire il mio “Diario di bordo”, quel Moleskine su cui ho fin qui trascritto tutto fin dall’inizio. Sì, forse è meglio ricominciare da lì, dall’inizio.



04-10-2014 Genova, Corso Italia


L’ora è arrivata, tra poco parto davvero. Ce l’ho fatta. Ho aspettato questo momento per anni, immaginando una pioggia di emozioni che contro ogni previsione non arriva. Sono solo con questa vecchia Vespa gialla qui sul lungomare di Genova, che è davvero un luogo perfetto per la partenza di un viaggio come questo. Basta guardare il mare ed è così facile capire dove sia l’Est e dove l’Ovest. Povera vecchia Vespa. Non ho ancora avuto il coraggio di confessarle che razza di viaggio stiamo per intraprendere.

Il mio concittadino Cristoforo Colombo partì via mare cercando di Buscar el Levante por el Ponente, io cercherò di fare via terra l’esatto opposto. Ho un enorme vantaggio su di lui: io sono sicuro della forma della Terra e so bene come sia perfettamente possibile viaggiare indefinitamente in una direzione fino a tornare al punto di partenza, provenendo però dalla direzione opposta. Lui non poteva esserlo, poteva solo sperare che la sua idea fosse giusta, ma lo sperava così disperatamente da scommetterci la vita. Chissà in quanti avevano provato a fermarlo, dandogli del pazzo e dell’incosciente, chissà in quanti gli avevano ricordato la terzina della Commedia in cui Dante racconta della tragica fine di Ulisse e del suo “folle volo”: Considerate la vostra semenza: / fatti non foste per viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza. Ecco le parole con cui convinse i suoi marinai terrorizzati all’idea di seguirlo oltre le Colonne d’Ercole: sono le stesse che da anni fanno a pezzi il mio povero cervello, gridando forte per ricordargli della promessa fatta e della necessità di continuare a sognare, urlandogli senza posa di partire, perché non c’è altro posto dove andare se non dappertutto. Oramai non esistono più terre promesse da trovare, ma ciò non deve bastare ad uccidere un istinto atavico dell’Uomo: quello di scoprire, di conoscere, di viaggiare, di esplorare.

Esattamente come a Colombo, anche a me tutti continuano a darmi del pazzo. Non so come la pensasse Lui al riguardo, ma io lo prendo come un complimento. Abbiamo tutti un rapporto conflittuale con la follia: il pazzo è sempre l’altro. Oppure possiamo anche esserlo noi, ma declinandoci al passato: possiamo accettare di essere stati pazzi in qualche momento della nostra vita, ma non accettiamo di esserlo adesso, hic et nunc. Fortunatamente per me, io non ho questo problema. Credo che la follia non sia necessariamente una malattia, ma possa fare parte della cura, credo che un pazzo sia semplicemente una religione con un solo fedele, una cultura con un solo membro: nessuno viene giudicato pazzo se un certo numero di persone la pensa come lui. Il mio problema però è che nessuno la pensa come me: tutti sostengono che quello che mi sono imposto di realizzare sia un sogno impossibile. Ho deciso che sarà mia premura tentare di smentirli. Tutti.

In molti hanno provato a convincermi di non farlo, di non partire, di lasciare perdere. L’ennesimo tentativo non più tardi di ieri sera, quando ogni cosa era pronta. Sono mesi che lo fanno, almeno da quando mi sono licenziato dal mio invidiatissimo lavoro dando a tutti l’evidenza che faccio sul serio, che davvero voglio partire per questo viaggio così lungo e difficile. Certo, attraversare cinque continenti, ventisei Paesi per oltre quarantamila chilometri, da solo e senza sponsor, senza mezzi di appoggio né navigatore GPS o telefono satellitare, senza carta di credito né abbigliamento tecnico, senza neppure un parabrezza perché lo odio… è certamente molto difficile. Lo è soprattutto in virtù del mezzo scelto: una Vespa di quasi quaranta anni, un TS 125 del 1976. Ma era questo il mio sogno, questo è ciò che mi ero promesso di tentare ed è così che deve essere. D’altronde se davvero esiste qualcosa per cui valga la pena morire, cosa è meglio del sogno di una vita?

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